Clima reazionario in materia di diritti dell’uomo

Per nove anni Helen Keller ha giudicato ai più alti livelli casi di violazione dei diritti umani che vedevano coinvolta anche la Svizzera. E a leggere molti dossier c’era da avere mal di pancia.

12 ottobre 2021
Helen Keller
Helen Keller. (Foto: Lukas Würmli)

Helen Keller, come è messa l’Europa in fatto di diritti dell’uomo?
Da una parte nessun paese vuole essere accusato di essere contro i diritti umani, dall’altra è diventato socialmente accettabile ritirarsi dalle convenzioni internazionali che vertono sui diritti umani. Dalla Convenzione di Istanbul, che dovrebbe proteggere le donne dalla violenza domestica, vediamo ad esempio ritirarsi proprio la Turchia, un Paese dove la violenza domestica è all’ordine del giorno. I Paesi dell'Europa orientale hanno, dal canto loro, un grosso problema con l'omosessualità. In Polonia, alcuni Comuni si vantano ad esempio di essere zone «LGBTQ-free». E le persone che sostengono le unioni omosessuali vengono picchiate mentre la polizia che se ne sta lì immobile a guardare. Sembra purtroppo essere un clima reazionario quello che si respira di questi tempi attorno alle questioni legate ai diritti dell’uomo.

È qualcosa che ha constatato anche nel suo lavoro di giudice alla Corte europea dei diritti dell’uomo (Corte EDU) di Strasburgo?
Nei primi due o tre anni dei nove in cui ho prestato servizio a Strasburgo, i casi sui quali lavoravo alla Camera venivano soprattutto dalla Turchia e all'inizio la sensazione era che le cose stessero migliorando sul fronte della questione curda. Poi, d'un tratto, il vento è girato e sono passata ad occuparmi dei casi provenienti dalla Russia, altro Paese in cui la situazione in fatto di diritti umani andava all’epoca peggiorando. Oggi, in ogni caso, di regimi che calpestano la dignità umana ce ne sono purtroppo in tutto il mondo.

La sua visione dell’umanità è cambiata durante il periodo trascorso come giudice alla Corte EDU?
No, la stragrande maggioranza dei ricorsi che ho trattato riguardava degli individui. Il caso classico era quello del singolo che lottava contro un potente apparato statale perché, ad esempio, non riceveva cure mediche adeguate in prigione: uno scontro che era spesso alla Davide contro Golia. Certo, queste persone non saranno forse angeli dal momento che se sono in prigione è perché hanno commesso un reato, ma non significa che non abbiano comunque diritto a un trattamento umano. Sono stati piuttosto i procedimenti interstatali a rischiare di far vacillare la mia visione dell'umanità. L'equilibrio di forze lì è molto diverso. La peggiore esperienza mai fatta finora nella mia carriera giudiziaria è stata un processo interstatale di una certa importanza in cui abbiamo ascoltato testimoni per due intere settimane pur essendo chiaro a tutti in aula che da entrambe le parti stavano mentendo.

Come giudice svizzero ha giudicato solo casi che vedevano coinvolta la Svizzera o, appunto per questo, casi che non la riguardavano?
I casi che ho giudicato come giudice unico – ed erano la stragrande maggioranza – non hanno mai riguardato la Svizzera. È importante che i casi non vengano assegnati ai giudici nazionali per evitare pericoli d’insabbiamento. Sedevo però d’ufficio in tutti i procedimenti che vedevano coinvolta la Svizzera in una violazione della Convenzione europea dei diritti dell'uomo. Questi casi sono trattati da collegi allargati – la Camera, formata da sette giudici, e la Grande Camera, formata da 17 giudici – le cui udienze sono sempre orali. C'è poi anche la «Plénière», l'assemblea di tutti i 47 giudici, che decide ad esempio sulla revoca dell'immunità dei membri della Corte.

E succede spesso?
Durante i miei nove anni di mandato è successo regolarmente: si trattava perlopiù di accuse di corruzione. È sempre un’impresa riunire tutti i 47 giudici. Una volta, in un caso di questi, sono stata coinvolta in prima persona anch’io. Come giudice unico mi ero occupata per molti anni di casi tedeschi: un interessato mi ha accusata di abuso d'ufficio e ha chiesto alla procura di revocarmi l’immunità. La Corte plenaria ha respinto rapidamente l’istanza, ma l’incidente ha messo in grande subbuglio e agitazione tutti.

Quali dei casi da lei trattati le è rimasto maggiormente impresso nella memoria?
Il caso «El-Masri contro Macedonia». Era la prima volta che la Corte si occupava delle prigioni segrete della CIA. Khaled El-Masri, un cittadino tedesco con radici libanesi, era stato rapito dalla CIA perché aveva un nome simile a quello di una delle menti dell'11 settembre. Le autorità macedoni lo avevano trattenuto a Skopje prima di trasferirlo via Maiorca a Kabul, dove era stato torturato per diversi mesi. Studiando gli atti, sentivo un brivido corrermi lungo la schiena; non pensavo fosse possibile una cosa del genere. La Macedonia negò tutto. Per giungere alla sentenza mi è stato molto prezioso il lavoro scritto da Dick Marty per il Consiglio d’Europa sulle prigioni della CIA. Alcune delle sue affermazioni coincidevano esattamente con quanto detto da El-Masri. Dopo la sentenza della CEDU del 2012, la Macedonia si è poi scusata ufficialmente con lui nel 2018.

Come riusciva a prendere le distanze quando si trovava di fronte a violazioni così gravi dei diritti umani?
Non è stato facile per me digerire certi terribili incarti con foto e storie di malattia. Molti dossier mi facevano star male a leggerli: in particolare quelli riguardanti numerose carceri in Europa, dove le persone erano già gravemente malate dopo soli tre mesi di prigionia. O i casi di genitori, ad esempio della Cecenia, che hanno cercato i loro figli scomparsi per decenni, scontrandosi dappertutto contro muri di silenzio. Questi casi mi sono entrati dentro e mi hanno perseguitato anche durante il sonno. È una cosa molto importante per queste persone ottenere giustizia davanti alla CEDU. Le gravi violazioni dei diritti dell’uomo vanno affrontate prima o poi, altrimenti finiscono per esplodere nuovamente. Ecco perché la Corte europea dei diritti dell'uomo ha così tanta importanza: i suoi giudici hanno il compito di mostrare al mondo dove non si rispettano questi diritti.

Raggiungere un verdetto è sempre stato facile per lei?
No, affatto. Nel profondo sono probabilmente più studiosa che giudice. Molti colleghi sapevano sempre subito dove volevano arrivare; a me, il soppesare e l'apprezzare creava invece un forte lavorio interiore. Provavo sempre una sorta di sollievo quando riuscivo a giungere a una decisione al termine di un processo lungo e doloroso.

Come si riprendeva dal suo lavoro?
Mi aiutava tornare in Svizzera dalla mia famiglia per il fine settimana. Anche se non mi era permesso parlare dei procedimenti, rientrare in questo mondo ordinato mi faceva sentire protetta. All'inizio veniva spesso a Strasburgo anche mio marito con i nostri due figli, che all’epoca del mio incarico avevano undici e otto anni; in seguito ero quasi sempre io a tornare a Zurigo. Tutto sommato, la nostra vita familiare a cavallo fra due Paesi ha funzionato bene, anche se prima ci immaginavamo che sarebbe stata di certo più facile.

Che tipo di contatto aveva con i suoi colleghi e con la delegazione svizzera? Avevate scambi tra di voi al di fuori del lavoro?
Per i casi svizzeri che ho trattato, lavoravo a stretto contatto con la nostra delegazione. Come giudice unico per i casi tedeschi, intrattenevo una stretta collaborazione con la mia collega germanica e ho avuto anche regolari scambi di idee con la collega austriaca: parlando la stessa lingua si riesce ad esprimersi in maniera più precisa, anche se poi i procedimenti davanti alla CEDU si svolgono in francese o in inglese. Per il resto, avevo però pochi scambi al di fuori delle udienze: da un lato, perché non volevo parlare dei casi nel mio tempo libero, dall'altro, perché prendevo molto sul serio il principio d’indipendenza dei giudici.

Quale delle sentenze che ha pronunciato giudica particolarmente importante?
Per il nostro Paese, quella sul caso «Howald Moor contro Svizzera». Concerne le vittime dell’amianto e il loro diritto a un procedimento equo, cosa a lungo disattesa dalla prassi del Tribunale federale in materia di prescrizione.


NOTA BIOGRAFICA

Nata nel 1964, Helen Keller ha studiato giurisprudenza all’Università di Zurigo, dove si è laureata nel 1993. Dopo un Master of Law in Belgio svolge soggiorni di ricerca a Cambridge, Firenze e Heidelberg. Conseguita l’abilitazione nel 2004, è stata professore ordinaria di diritto pubblico a Lucerna prima di trasferirsi a Zurigo per insegnare diritto pubblico e diritto europeo ed internazionale. Dal 2008 al 2011 è stata membro del Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite. Dopo soggiorni di ricerca a Strasburgo e Oslo, ha seduto dall’ottobre 2011 al dicembre 2020 quale giudice a tempo pieno nella Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo. Oggi, tornata nuovamente ad insegnare all’Università di Zurigo, siede quale giudice nel Tribunale costituzionale di Bosnia-Herzegovina. Sposata e madre di due figli, vive a Zurigo.


Quale decisione ha suscitato maggiore eco nei media?
Il caso «Perinçek», il politico turco che era stato condannato in Svizzera per aver negato il genocidio turco degli armeni in diversi incontri pubblici. La CEDU aveva però concluso che le sue dichiarazioni non fossero punibili e rilevato anche una violazione della libertà di espressione ai suoi danni. Nel corso del procedimento la Corte si era trovata in una situazione del tutto eccezionale: regnava lo stato d’allerta generale. I media erano onnipresenti, forse anche perché l'Armenia, costituitasi terzo interveniente nel procedimento, era rappresentata da Amal Clooney.

Cosa ci dice della sentenza della Corte EDU secondo cui l’Ufficio federale di giustizia deve prendere posizione sul ricorso presentato dall’associazione Anziane per il clima?
Che il ricorso sia stato intimato alle parti è un grande successo per le Anziane per il clima se si pensa che il 98 percento di tutte le cause sono respinte dal giudice unico come «manifestement mal fondé», ossia come apertamente infondate o inammissibili. Il nuovo presidente della Corte, il giudice islandese Róbert Ragnar Spanó, ha presentato in marzo un nuovo ordine di priorità strategico secondo cui ora le cause su clima e Covid-19 dovranno essere trattate prioritariamente, fissando inoltre standard applicabili a tutta Europa.

Parola chiave «Covid-19»: la pandemia di Coronavirus ha avuto un’incidenza sui casi o sui procedimenti trattati alla Corte EDU?
Il lavoro è cambiato nella misura in cui da un giorno all’altro non è stato più possibile svolgere alcun procedimento in presenza. La Corte ha però reagito rapidamente ricorrendo a sistemi di dibattimento online affinché la produttività non ne risentisse. Personalmente, ho trovato i processi in video faticosi e soggetti a malintesi. In più, siccome in Francia il coprifuoco cominciava alle sei di sera, bisognava organizzarsi bene con il lavoro e la spesa.

Dallo scorso dicembre è tornata all’Università di Zurigo. Le manca l’attività di giudice?
È bello guardare alla Corte da lontano e non dover più sopportare il peso della decisione. È un lavoro che ti consuma nel vero senso della parola. Penso che sia un bene che sia limitato a nove anni. Se durasse di più, si rischierebbe di perdere empatia nei confronti delle persone.

Di cosa si occupa attualmente?
Stiamo conducendo un grosso progetto di ricerca sui ricorsi in materia di clima: ciò che ci interessa è, in particolare, vedere come siano trattati questi ricorsi dai tribunali a livello mondiale. Il diritto ambientale e i diritti umani sono strettamente legati tra loro ed entrambi mi stanno da sempre molto a cuore. Tra le altre cose ci occupiamo di come utilizzare i diritti umani per portare in tribunale le preoccupazioni sul clima. Gli organismi regionali per i diritti dell’uomo come la Corte EDU o la Corte interamericana dei diritti umani devono riempire un vuoto in quest’ambito, perché a livello globale non esiste un tribunale internazionale del clima. I coraggiosi scioperi per il clima fatti dai giovani mi danno però speranza. Trovo notevole che giovani e donne anziane si impegnino per la causa climatica.

Quale sarà il tema portante delle sue lezioni nel semestre autunnale?
A tutti i 750-900 studenti del primo semestre proporrò, come novità, un corso di «scrittura scientifica». Attraverso le mie lezioni sui diritti fondamentali e sul diritto europeo voglio far appassionare i giovani ai diritti dell’uomo, all'Europa e alla conservazione del nostro pianeta. Oltre a questo, devo però anche insegnare loro i rudimenti del mestiere: in un processo bisogna seguire le regole come nel calcio, altrimenti si finisce fuorigioco. Il linguaggio deve essere impeccabile, l'argomentazione rigorosa. Come giudice, ho visto troppi documenti legali mal scritti.

Di recente ha ricevuto, prima svizzera dalla sua istituzione, il premio Madame de Staël per la promozione dei valori culturali europei. Cosa significa questo per lei?
Innanzitutto, è un premio meraviglioso per tutti gli studiosi svizzeri. Mostra che siamo ascoltati, che il nostro lavoro di ricerca per e in Europa è preso in considerazione. Oggi come oggi non è scontato che i ricercatori svizzeri ricevano un premio europeo; la rottura dei negoziati sull'accordo quadro è una débâcle per la ricerca in Svizzera. A livello personale, il premio è inoltre un bel riconoscimento per il molto lavoro fatto dietro le quinte alla Corte europea dei diritti dell’uomo.

Intervista: Katharina Zürcher

Ultima modifica 12.10.2021

Inizio pagina

https://www.bvger.ch/content/bvger/it/home/blog/alle-blogbeitraege/helenkeller_egmr.html