Una sentenza è sempre il risultato di un lavoro di squadra
Vi sono altri aspetti del lavoro giudiziale che trova impegnativi?
Ciò che mi preoccupa è la crescente politicizzazione della giustizia. Visti gli sviluppi in atto in altri Paesi, spero fortemente che riusciremo a preservare il nostro Stato di diritto. Come si vede attualmente, non dobbiamo darlo per scontato. Anzi, dobbiamo tutti contribuire a mantenerlo.
Lei è giudice da 14 anni. È sempre stata la professione dei suoi sogni?
No, ho studiato diritto come secondo percorso di formazione alle soglie dei trent’anni. Cosa mi ha spinto? Volevo capire il sistema nel quale viviamo e insieme aiutare le altre persone che non hanno questa possibilità. Ho lavorato per molto tempo come avvocatessa e consulente giuridica in diversi settori e l’ho fatto molto volentieri. Adesso, in quanto giudice, mi adopero a favore delle persone che vivono nel nostro Paese e per il nostro Stato di diritto a un altro livello e questa attività è enormemente appagante.
Cosa le piace in particolare della sua funzione?
Il bello di essere giudice è che posso mettere a frutto le mie conoscenze giuridiche e la mia esperienza e in più avere potere decisionale. Trovo che sia una professione meravigliosa! Applicare il diritto in modo da giungere a una decisione equa e corretta per gli interessati è un compito che richiede uno sforzo incessante e, per me, poter influire su un’applicazione del diritto corretta e conforme allo Stato di diritto è essenziale. Ritengo un privilegio poter fare questo lavoro e cerco sempre di svolgerlo con umiltà. In quanto giudice ho una grande responsabilità e devo sempre tenerlo presente. Altrimenti, con la pressione cui siamo sottoposti quotidianamente, si corre il rischio di dimenticare la funzione che ci è stata affidata.
Lei si adopera anche per il Tribunale nel suo insieme, è stata presidente della Corte IV dal 2021 al 2023 ed è attualmente vicepresidente del TAF. Cosa la motiva?
Sono felice di operare non soltanto nell’ambito dell’attività giurisprudenziale, ma anche di fornire un contributo più globale. Per conseguire questo obiettivo il lavoro di squadra è essenziale. Quando ero presidente della Corte trovavo molto arricchente vegliare, con l’allora vicepresidente Gérald Bovier, a che tutto funzionasse al meglio per le 72 persone che lavoravano ai tempi per la Corte. Terminato questo mandato, ha cominciato a mancarmi l’impegno a favore del gruppo. Per questo adesso sono molto contenta di poter affiancare Claudia Cotting nella direzione del Tribunale nel suo insieme. Mi piace la diversità dei compiti da svolgere e il fatto di avere molto a che fare con le persone.
A cosa aspira in quanto vicepresidente?
Mi auguro che il Tribunale amministrativo federale funzioni bene e goda di una buona reputazione. La priorità è che le persone che lavorano qui da noi si sentano a loro agio e riescano così a svolgere al meglio il loro lavoro. Anche in questo caso tutto ruota attorno al lavoro di squadra, anche se in maniera leggermente diversa che nel lavoro giudiziale. In quanto giudice ho il mio gruppo di lavoro, ossia il mio team di cancellieri con cui collaboro intensamente. All’interno della Corte anche i giudici costituiscono una squadra. E un forte spirito di squadra permea anche la Commissione amministrativa, dove sia io che la Segretaria generale apportiamo i nostri punti di vista e pareri, talvolta diversi, ma sempre mirati al bene del Tribunale.
Se potesse esprimere un desiderio, quale sarebbe?
Per me è molto importante che al Tribunale regni un clima collegiale e rispettoso. Se l’ingranaggio si inceppa, ci vuole tantissimo denaro ed energia per rimetterlo in marcia e fare in modo che torni a funzionare senza intoppi. Mi auguro dunque che ognuno si lasci ispirare e trasportare dallo spirito positivo del TAF. Nel nostro Tribunale ci sono tante persone valide, tante voci dai timbri così meravigliosamente differenti, così tanta energia costruttiva! Questa molteplicità e questa forza sono un tesoro prezioso che dobbiamo preservare con cura.
«Non bisogna dare lo Stato di diritto per scontato. Dobbiamo tutti contribuire a mantenerlo»
Conessina Theis
Contessina Theis, cosa significa per Lei «lavoro di squadra»?
Tutto. Secondo me il lavoro di squadra si addice perfettamente all’attività giurisprudenziale. Anche meditare da soli nel chiuso del proprio ufficio va bene, ma sono convinta che avere diversi punti di vista sia un vantaggio e contribuisca a ottenere buoni risultati. Per me conseguire insieme un obiettivo è stato e continua ad essere la cosa più importante.
Vale anche per il lavoro giudiziale?
Assolutamente. Non a caso vi è un collegio giudicante composto da tre giudici più un cancelliere o una cancelliera: con otto occhi che controllano vi è più garanzia di arrivare a una decisione equilibrata, soppesata e corretta. Ciò mi solleva spesso, in particolare per il diritto d’asilo, un ambito in cui decidiamo in ultima istanza.
E quanto alle decisioni a giudice unico?
La maggior parte delle decisioni sono emanate da collegi giudicanti composti da tre giudici e vengono dunque valutate da tre persone. Nel diritto d’asilo le decisioni a giudice unico sono emanate solo in caso di ricorsi manifestamente motivati o immotivati e anche in questo caso occorre l’approvazione di un secondo giudice. Se questo non conferma la manifesta fondatezza o infondatezza constatata dal giudice istruttore, si costituisce un collegio a tre giudici, per cui alla fine una sentenza è sempre il risultato di un lavoro di squadra.
Come si arriva esattamente a una decisione in un collegio a tre giudici?
Il primo progetto di sentenza elaborato dal giudice istruttore e dal cancelliere viene fatto circolare in forma scritta. In caso circolazione per iscritto è indispensabile l’unanimità per emettere la sentenza. Se il secondo e/o il terzo giudice hanno un’opinione diversa, si cerca di eliminare le divergenze e si fa circolare nuovamente per iscritto il progetto di sentenza modificato. Se non si ottiene l’unanimità neanche in questo secondo turno, si passa alla deliberazione orale. I tre giudici si riuniscono ed espongono le loro opinioni. Se non si raggiunge l’unanimità neanche così, si vota e la decisione è presa a due contro uno.
Una buona sentenza sembra essere il frutto di un match piuttosto combattuto.
Può essere davvero così. In ogni caso non scelgo mai la strada più facile per arrivare a una decisione, perché le decisioni che prendiamo noi hanno effetti d’ampia portata sui ricorrenti. Specie nel caso del diritto d’asilo, trovo gravoso dover decidere in ultima istanza. Siamo spesso chiamati a decidere in base a esami di verosimiglianza, sulla cui certezza nessuno può veramente mettere la mano sopra.
Classe 1965, CONTESSINA THEIS ha studiato diritto a Zurigo e a Berlino ed ha ottenuto il brevetto di avvocato a Zurigo. Ha maturato un’ampia esperienza professionale ricoprendo posti diversi: collaboratrice scientifica presso l’Ufficio federale dei rifugiati, socia in uno studio di avvocatura, consulente giuridica presso l’Associazione degli inquilini di Zurigo, giudice specializzata presso il Tribunale delle locazioni di Zurigo, segretaria di commissione presso i servizi parlamentari del Gran Consiglio zurighese, avvocatessa presso il servizio giuridico dell’Organizzazione svizzera di aiuto ai rifugiati e consulente giuridica dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR). Entrata al Tribunale amministrativo federale come cancelliera nel 2007, nel 2011 è stata eletta giudice. Dal 2021 al 2023 è stata presidente della Corte IV e dall’inizio dell’anno è vicepresidente del Tribunale. Nel tempo libero la zurighese gioca a tennis, pratica yoga e fa escursioni nella natura. Bilingue dalla nascita, i suoi libri preferiti sono i gialli, che legge esclusivamente in inglese.
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